Gli italiani lo preferiscono al ristorante

Amante del vino, ma non intenditore. Questo il ritratto del consumatore italiano tipo emerso dall’ultimo studio della Fipe – Federazione Italiana Pubblici Esercizi, che in occasione del Vinitaly delinea un quadro dei consumi di vino fuoricasa nel 2015.

L’85% degli intervistati ha dichiarato di non ritenersi per nulla esperto o in pochissima parte di enologia, e per questo tende ad orientare le proprie scelte in base, spesso, ai consigli del ristoratore o del sommelier. “A fronte dell’arresto nella flessione dei consumi emersa in questo ultimo anno – dichiara Lino Enrico Stoppani, presidente di Fipe – dall’indagine vengono a delinearsi alcuni trend significativi: i clienti italiani dimostrano di apprezzare sempre più le qualità del vino e gli aspetti nutrizionali, storici, culturali ed edonistici che lo valorizzano“.

L’indagine della Fipe è stata l’occasione per tracciare uno scenario generale del settore: Gli italiani si dichiarano poco esperti di enologia ma – continua Stoppani – nonostante questo gap dimostrano di apprezzare i nostri vini e di affidarsi alla professionalità degli operatori della ristorazione per quanto concerne la selezione e scelta di etichette e modImmagine (1)alità di consumo: un importante segno di fiducia per il settore e un invito a puntare sempre più sulla qualità delle proposte. In questo frangente l’impegno della Federazione è massimo, con lo scopo di promuovere un’offerta di alto livello e responsabile: sono i punti cardine del progetto #beremeglio, che presto verrà avviato su tutto il territorio nazionale”.

Entrando nello specifico dello studio Fipe, emerge un quadro sostanzialmente positivo per i ristoratori: il 25% nota un aumento dei consumi di vino nell’ultimo anno, a fronte di un 23% che denuncia una flessione, mentre il 52% del campione evidenzia una situazione stabile senza grandi variazioni. Per quanto riguarda i trend di consumo per tipologia di vino, le bollicine si pongono in pole position nelle preferenze del consumatore italiano, secondo il 48,3% degli intervistati; cala invece la scelta di vini rosati (per il 43,4% degli intervistati), e di vini dolci (per il 43,1% degli intervistati). Parlando invece di origine dell’etichetta, gli italiani prediligono soprattutto le proposte regionali e locali, che risultano in aumento (per il 55,2% degli intervistati). Secondo le previsioni Fipe il numero delle etichette nei prossimi due anni potrebbe crescere dell’8,6%.

Ma quali saranno le tendenze per il 2016? L’attenzione alla qualità sembra essere il leitmotiv. Per il futuro i ristoratori vedono in crescita il vino in calice (secondo il 94% degli intervistati), etichette regionali/locali (secondo il 94,5% degli intervistati) e a denominazione (secondo il 74,8% degli intervistati), e, al contempo, proposte poco impegnative (secondo il 67,8% degli intervistati) e con basso contenuto di alcol (secondo il 51,9% degli intervistati). Grande attenzione verrà data da parte dei ristoranti ai vini biologici (per il 60,9% degli intervistati) e a basso contenuto di solfiti (per il 67,5% degli intervistati).

Un altro trend riguarda il fattore “sostenibilità”: la doggy bag, con la possibilità per il cliente di portare a casa il vino non consumato, incontra crescenti consensi (secondo il 55,7% degli intervistati). Poco amato risulta invece il vino sfuso, in flessione secondo il 66,7% degli intervistati. Il “ritratto” del consumatore di vino “made in Italy” L’italiano ama il vino ma non lo conosce: l’85% degli intervistati ha dichiarato di non ritenersi per nulla esperto o in pochissima parte.

La scelta di quale etichetta e quale tipologia di vino è quindi strettamente legata ad altre variabili, quali: in primis i suggerimenti del sommelier e del ristoratore (secondo l’85% degli intervistati); il rapporto qualità/prezzo (secondo il 73% degli intervistati); la notorietà del produttore (secondo il 53% degli intervistati); la notorietà del vino, se va di moda (secondo il 34% degli intervistati); la notorietà della denominazione (secondo il 19% degli intervistati); manifestazioni ed eventi (secondo il 24% degli intervistati); riviste di settore (secondo il 15% degli intervistati); il passaparola (secondo il 28% degli intervistati); i mass media (secondo l’8% degli intervistati); il marketing delle case vinicole (secondo l’8% degli intervistati).

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